martedì 17 novembre 2015

70 anni fa con il Bebop esplose la rivoluzione del Jazz

Prima il jazz era ballabile poi venne Bird 
(Arrigo Polillo)





La data che sancisce la nascita "discografica" del Bebop è il 26 novembre 1945. Infatti dagli archivi dei WOR Studios di Broadway risulta che il produttore Teddy Rig aveva prenotato per quel giorno una sessione di tre ore, per un gruppo guidato da Charlie Parker nel corso della quale il sassofonista avrebbe proposto alcune sue composizioni originali (would supply original compositions).
Charlie Parker, all'epoca già abbastanza famoso, era alla sua prima esperienza discografica come leader ed il quintetto che inizialmente avrebbe dovuto prendere parte alla seduta d'incisione, oltre a lui, comprendeva Miles Davis alla tromba, Bud Powell al piano, Curley Russell al basso e Max Roach alla batteria, musicisti già affiatati che spesso si esibivano insieme nei locali della 52th Street. La foto seguente, in cui sono riconoscibili Parker, Davis e Roach, è stata ripresa in uno di quei clubs più o meno in quel periodo .


Sugli eventi di quella giornata sono state scritte molte cose, non sempre corrette, causando un po' di confusione. Innanzi tutto, all'ultimo momento, Bud Powell partì per Philadelphia lasciando il gruppo senza pianista. Parker contattò subito il pianista Argonne Thornton (Sadik Hakim dopo la conversione all'Islam), mentre Dizzy Gillespie, amico e partner di Parker in molte occasioni, trovandosi in loco si offrì di suonare lui il piano.
Il primo equivoco venne causato, alcuni anni dopo, da John Mehegan, estensore delle note di copertina dell'LP  The Charlie Parker Story (Savoy MG 12079)



uscito nel 1956, poco dopo la morte del sassofonista, nel quale veniva pubblicato, per la prima volta, tutto ciò che era stato registrato quel 26 novembre 1945. Il critico sosteneva che Bud Powell era in realtà presente, nonostante le numerose testimonianze contrarie, e questo ingenerava una serie di dubbi su chi in realtà suonasse il piano nei vari brani. Stabilito con certezza che Powell non c'era, restava, e forse resta, il dubbio fra Gillespie e Thornton, su chi suonasse cosa.
Quello che, tuttavia ci interessa, in questa sede, è la genesi di un solo brano, quel Koko - un head arrangement sulla base di Cherokee - universalmente considerato il primo esempio su disco di Bebop, un vero e proprio manifesto del nuovo genere musicale.
Esso fu affrontato per ultimo, alla fine della seduta e contrariamente ai brani registrati in precedenza, per i quali erano servite più takes, venne completato al primo colpo, solo dopo una falsa partenza, come si può costatare di seguito.




La formazione dichiarata sull'etichetta della prima edizione a 78 giri (riportata in apertura) indica, Parker sax alto, Miles Davis tromba, Hen Gates piano (pseudonimo di Gillespie, che non  poteva usare il proprio nome per motivi contrattuali), Curley Russell basso e Max Roach batteria, ma in realtà Davis non suona. Egli stesso nella sua autobiografia scrive:
riuscire a finire quel disco fu un casino. Mi ricordo che Bird voleva che suonassi "Ko Ko", [...] Bird sapeva che avevo difficoltà a suonare "Cherokee" allora. Perciò quando mi disse che questo era il brano che dovevo suonare gli risposi di no, non lo facevo. ecco perché c'è Dizzy che suona la tromba in "Ko Ko",[...] perché io non avevo intenzione di andare a fare una figuraccia.
(Miles Davis, Miles l'autobiografia, Minimum Fax, Roma, 2001, p. 91)

Nonostante questa chiara affermazione di Miles, vi è ancora oggi chi sostiene, con cervellotiche analisi musicali, che  sia Davis e non Gillespie  a suonare la tromba. (1)





A parte queste questioni di dettaglio, anche un po' noiose per molti, resta il fatto che quella musica era "sconvolgente" (A. Polillo) e dette il via all'era moderna del jazz, ma, come spesso accade alle novità rivoluzionarie, non trovò, per molto tempo, il consenso del pubblico e dei critici e solo pochi lungimiranti ne percepirono la grande modernità e l'originalità innovativa.


Da sx Thelonious Monk, Howard McGhee e Roy  Eldridge davanti alla Minton Playhouse, uno dei locali frequentati dai boppers, assieme al bandleader Teddy Hill all'epoca manager del locale. (foto di William P. Gottlieb)

Se il merito di tale rinnovamento non va attribuito solo a Parker e a Gillespie, ma anche a un gruppo di giovani musicisti neri, stanchi di suonare solo per far divertire i bianchi e desiderosi di modificare quei canoni musicali, che per loro stavano diventando obsoleti, stantii, di routine, Parker resta comunque il simbolo e l'artefice principale del Bebop. 



Disegno di David Stone Martin per una cover

Egli appartiene a quello sparuto gruppo di geni che hanno lasciato tracce indelebili nella storia del jazz. Citando ancora Arrigo Polillo, Parker è stato per il jazz quello che Picasso è stato per la pittura.
Era nato a Kansas City (Kansas) il 29 agosto 1920, ma era cresciuto nell'altra Kansas City quella del Missouri, dall'altra parte dell'omonimo fiume, una città che in quegli anni era considerata una delle culle del jazz, la città di Count Basie, Bennie Moten, ecc. ed aveva avuto modo di ascoltare per anni le migliori orchestre e i migliori solisti. 



Ben presto aveva deciso di diventare anche lui un musicista, e con un sassofono di seconda mano che stava assieme con scotch e elastici si aggirava per i locali nella speranza che lo facessero suonare. A 16 anni era già sposato ed aveva ottenuto una tessera del sindacato dei musicisti. I suoi punti di riferimento erano i sassofonisti Lester Young e Buster Smith, che nella prima metà degli anni '30, prima di diventare famosi, suonavano nei locali che Parker bazzicava.


Lester Young (al centro) e Buster Smith (a destra)
negli anni in cui si esibivano a Kansas City 

Buster Smith (1904-1991), in particolare,  era considerato da Parker una specie di mentore, ed ebbe una significativa influenza nel suo processo di formazione. 
Dopo un breve soggiorno a New York dove cominciò a sviluppare le prime intuizioni stilistiche, tornato a Kansas City nel 1940, Parker entrò nella Big Band di Jay McShann, un'orchestra all'epoca molto apprezzata e dove cominciò a farsi notare per la originalità dei suoi assolo.


Nella foto Parker è il terzo da sinistra proprio sopra a Jay McShann al piano.

Un esempio è questo "Swingmatism" del 1941, in cui a Parker viene concesso uno spazio solistico significativo dopo l'assolo al piano del leader.






Con il passaggio successivo all'orchestra di Earl Hines e poi di Billy Eckstine, nelle quali suonava anche Dizzy Gillespie, inizierà fra i due una collaborazione che porterà alla graduale formazione del nuovo stile di cui sono considerati i fondatori.


L'orchestra di Earl Hines nel 1943; ultimo a dx, con gli occhiali scuri, Charlie Parker, ultimo a sx Dizzy Gillespie, al centro, seduta di fronte a Hines, Sarah Vaughan. 

La grande capacità improvvisativa e le straordinarie qualità tecniche di Charlie Parker lasciavano allibiti chi lo ascoltava. Alla richiesta di come avesse sviluppato queste qualità, egli lo attribuì soprattutto alla tenacia e alla applicazione nello studio dello strumento.
Suonavo dalle 12 alle 15 ore al giorno. I vicini di casa minacciavano mia madre di costringerla a trasferirsi altrove. Dicevano che li stavo facendo diventare pazzi.
Le sue performance erano caratterizzate da una creatività e una genialità straordinarie, che solo Louis Armstrong aveva avuto prima di lui. 




Del periodo precedente alla data che ci interessa di Parker abbiamo solo alcune registrazioni in studio, semi clandestine a causa del "recording ban" proclamato dai sindacati. Il resto sono registrazioni amatoriali dal vivo, con mezzi tecnici limitati, di concerti o jam sessions.
Per quanto concerne la genesi creativa di Ko Ko esistono solo un paio di registrazioni amatoriali di Cherokee antecedenti, dalle quali si può cercare di percepire l'elaborazione progressiva del progetto musicale che Parker aveva in testa. Una di queste registrata intorno al 1942 con la Clark Monroe's Band a New York, è contenuta nel seguente video. La qualità della registrazione non è delle migliori, ma ci dà un'idea dell'evoluzione creativa.



Dopo il 1945 il brano rimase nel repertorio di Parker per alcuni anni, ma non venne più registrato in studio.
Il 29 settembre 1947 la big band di Dizzy Gillespie si esibì alla Carnegie Hall di New York e nel corso della serata venne realizzato un set con Parker come ospite, assieme a Gillespie con la ritmica della big band, guidata da John Lewis. Vennero eseguiti 5 caratteristici brani bebop fra cui Ko Ko che chiuse il set. Anche in questo caso Parker sfoderò tutta la sua grinta e la sua inventiva e ne venne fuori un'altra strepitosa esecuzione.



La vigilia di Natale del 1949, sempre alla Carnegie Hall, ebbe luogo un concerto particolare, noto come "Stars of Modern Jazz Concert". Quella serata rappresentò l'apice del successo popolare per il Bebop, si esibirono, infatti, i più prestigiosi esponenti del genere: da Bud Powell a Max Roach, da Sonny Stitt a Serge Chaloff, ecc..
Charlie Parker presenziò con il suo quintetto del momento comprendente: Red Rodney alla tromba, Al Haig al piano, Tommy Potter al basso e Roy Haynes alla batteria. Fra i brani presentati vi fu anche Ko Ko, che possiamo ascoltare di seguito.




Questa è l'ultima testimonianza discografica disponibile del brano e la cosa segna anche virtualmente il declino del Bebop. 
Quel concerto infatti segnava anche l'affacciarsi sulla scena del nuovo genere che si sarebbe affermato negli anni successivi; il Cool. Questo grazie alla presenza di Lennie Tristano, Lee Konitz, Stan Getz e dello stesso Davis che ormai era già traghettato nel nuovo genere, come dimostra questo "Move" eseguito da lui quella sera.






Note  
(1) http://www.themusicofmiles.com/articles/the-ko-ko-session/session.php

sabato 5 settembre 2015

Sonny Rollins 85th Birthday: Rare Trio Live Concert (Paris 1965)


In questi giorni Sonny Rollins, uno degli ultimi mostri sacri ancora in vita, compie 85 anni, infatti è nato il 7 settembre 1930 a New York nel quartiere nero di Harlem, ed è cresciuto respirando Jazz. La sua casa era infatti a vicina all'Apollo Theatre e alla Savoy Ballroom dove si esibivano personaggi come Fats Waller, Louis Armstrong, ecc. . Il suo idolo: Coleman Hawkins, abitava a un paio di isolati.
Queste profonde radici lo hanno inevitabilmente condotto sulla via del jazz dove ha percorso la sua straordinaria carriera.
Per celebrare questo particolare anniversario propongo una rarità discografica : il 4 novembre 1965, durante un tour europeo, Rollins si esibì, nell'ambito del Paris Jazz Festival, presso la Salle de la Mutualité, accompagnato da musicisti reperiti in loco, il bassista francese Gilbert Rovere, e il batterista statunitense Art Taylor all'epoca trasferitosi in Europa, dove rimase per ben 20 anni.


Il concerto consiste in un' unica Medley di oltre 40 minuti, in cui Rollins mette in evidenza tutta la sua straordinaria fantasia improvvisativa. Le recensioni furono entusiastiche, il critico Daniel Berger così commentava quella serata:
Sonny Rollins potrebbe suonare da solo per delle ore senza smettere di interessare. Il suo spettacolo sonoro è sbalorditivo: si diverte da solo e fa divertire chi lo ascolta, incrociando delle improvvisazioni che giungono all fine ad una velocità straordinaria, e dei temi conosciuti, degli standards, che interrompe con momenti allucinanti per rapidità ed invenzione. La sua potenza e il suo calore sono come se dovesse suonare per l'ultima volta.




La registrazione di questo concerto restò inedita per oltre vent'anni, e il CD che lo contiene è una rarità discografica, che propongo di seguito agli amici interessati.









Nel dicembre del 2011 Sonny Rollins è stato insignito dal presidente Obama della Medaglia del Kennedy Center ed ha così commentato questo riconoscimento:
Ho profondamente apprezzato questo grande onore. Onorando me il Kennedy Center onora il Jazz, la musica classica degli Stati Uniti, e di ciò sono molto grato.

mercoledì 24 giugno 2015

70 anni fa con i "V-Disc" il Jazz rientrava in Italia

Una pagina di storia

Sono trascorsi 70 anni dalla fine della Seconda Guerra Mondiale e nei ricordi di quelli che, come me, quell'epoca l'hanno vissuta, più o meno giovani, ci sono ancora le grandi novità che arrivavano insieme alle truppe americane; il chewing gum, la Coca Cola, i piselli in polvere, il minestrone in scatola Campbell's, le Lucky Stike, le Camel, le Chestefield e la musica dei V-Disc.


Questi ultimi erano dischi a 78 giri particolari, realizzati appositamente per le truppe al fronte e stampati nell'insolito formato da 30 cm, più grande dei dischi normali, per contenere più musica, inoltre erano infrangibili, per poter essere impacchettati e spediti intorno al mondo. La V stava per Victory. 
Prodotti su iniziativa del governo degli Stati Uniti per allietare i momenti di riposo dei militari nel turbine della guerra, contenevano un repertorio fra i più vari che andava da Bing  Crosby a Toscanini, dalle canzoni popolari alla musica folk, ma la parte del leone la faceva il jazz, e in particolare, lo Swing, che all'epoca era popolarissimo fra i giovani statunitensi. 




Alcuni motivi come questo In the Mood di Glenn Miller o il Boogie Woogie di Tommy Dorsey rappresenteranno una specie di colonna sonora di quello straordinario periodo.






La maggior parte di quelle incisioni erano brani originali realizzati apposta per quell'esigenza, spesso introdotti da un breve saluto dell'artista ai militari, come in questo Pee Wee Speaks con Pee Wee Russell e La Muggsy Spanier V-Disc All Stars





oppure registrazioni di trasmissioni radiofoniche, sempre dedicate. Se si considera poi che a causa del recording ban - lo sciopero dei musicisti contro le case discografiche per problemi di royalties - dal 1942 al 1944 non venne registrato nessun brano nuovo, questi dischi hanno avuto anche un valore documentario.
In Italia, con il divieto di importazione dei dischi di jazz dal 1938, in pratica il jazz era bandito, e quel poco che circolava grazie ai musicisti italiani era mascherato con titoli assurdi tipo Tristezza di San Luigi (per S. Louis Blues) o Animo Sereno (per Mood Indigo) o ancora Anime Gemelle (per I Wish I Where Twins) e così via, ma vi erano anche orchestre italiane, come quella di Pippo Barzizza, che suonavano pezzi italiani con arrangiamenti stile Big Bands. Un esempio è questo brano del 1942, dello stesso Barzizza, in cui è possibile anche apprezzare la qualità dei solisti da Sergio Quercioli al clarinetto, a Gaetano Gimelli alla tromba e Francesco Bausi alla batteria.


Questo lungo digiuno ebbe fine con l'arrivo della 5a Armata americana che, con i suoi militari, oltre alla fine della guerra e la liberazione dal fascismo, portò nuova allegria.
Adriano Mazzoletti, di un paio d'anni più vecchio di me, ricorda:
Le feste da ballo erano all'ordine del giorno ed i militari della quinta armata giungevano con sotto braccio i pacchi appena giunti dagli Stati Uniti con dentro decine di V-Disc nuovi fiammanti e, alla fine della serata, molto spesso quei dischi infrangibili rimanevano lì, sul tavolo, accanto al grammofono a manovella e non mi vergogno di dire che con gli amici si faceva man bassa.
Fu così che molti scoprirono Pee Wee Russell, Jack Teagarden, Bobby Hachett, oltre ai grandi Duke Ellington, Louis Armstrong, Lionel Hampton, Benny Goodman, Glenn Miller ecc.
Poi verso il 1948 il Dipartimento della guerra, proprietario dei diritti sui V-Disc, decise di distruggere tutte le matrici e i pezzi rimasti in circolazione divennero rarità da collezione.
All'inizio degli anni '80 una casa discografica italiana decise di ripubblicare su Lp il meglio di quei dischi in una serie di 10 volumi con il titolo "Gli anni d'oro della musica americana", e la rivista "Musica Jazz", che proprio allora aveva iniziato ad allegare al giornale un Lp, offrì ai propri lettori un disco appositamente realizzato, con una selezione della suddetta raccolta. Dopo oltre 30 anni anche questo disco è divenuto una rarità e pertanto lo riproponiamo per dare la possibilità ai più giovani che non conoscono quella musica di farsi un'idea ed ai più vecchi di rinfrescarsi la memoria.



Gli anni d'oro della musica americana
(compilation)

Musica Jazz 12/1981
(su licenza Fonit Cetra)



A1. The Tattooed Bride (part one)
Duke Ellington and his orchestra

A2. Caldonia
Woody Herman and his orchestra

A3. Gee Baby Ain't Good to You
Count Basie and his orchestra
(vocal Jimmy Rushing)

A4. Souther Scandal
Stan Kenton and his orchestra

A5. Let's Fall in Love
Benny Goodman Quintet

A6. I'm Confessin' That I Love You
Louis Armstrong and his V-Disc All Stars




B1. Tin Roof Blues
Muggsy Spanier and his V-Disc Dixieland

B2. Where or When
Art Tatum

B3. The Man I Love
Coleman Hawkins

B4. Frim Fram Sauce
King Cole Trio 

B5. There'll Be A Jubilee
Mildred Bailey

B6. Washboard Blues
Yank Lawson and his Dixieland Blues

Buon ascolto!

domenica 14 giugno 2015

Maurizio Giammarco quartet (con D. Rea, F. Di Castri, R. Gatto): Precisione della Notte (Riviera, 1983)

Maurizio Giammarco - Precisione della notte

Rovistando fra le pile di vecchi LP mi è capitato fra le mani questo album acquistato più di 30 anni fa e che da tempo non avevo più riascoltato.
Si tratta del disco di esordio, a proprio nome, di Maurizio Giammarco, artista trentenne che sarebbe diventato negli anni, sia come sassofonista, sia come band leader, uno dei musicisti più apprezzati del panorama musicale italiano.


Altrettanto meritevoli di attenzione sono gli altri 3 membri del quartetto, che potremmo definire una vera Italian All Stars. Infatti al piano troviamo Danilo Rea, all'epoca 25enne, che cominciava ad affermarsi nell'ambiente grazie alla sua partecipazione al gruppo New Perigeo di Giovanni Tommasi, per diventare via via uno dei più richiesti pianisti italiani.


Il bassista è Furio Di Castri, 27 anni, già attivo da diversi anni con collaborazioni di peso con Michel Petrucciani (Estate), Enrico Rava (Opening Night), Enrico Pieranunzi (Isis) ed numerosi altri.



Infine alla batteria il più giovane di tutti Roberto Gatto, 24 anni, ma anche lui sulla scena da parecchio, e destinato a sempre maggiori riconoscimenti come uno dei migliori batteristi italiani, non solo nel mondo del jazz.


In questa foto dell'epoca, con tutti i capelli, è quasi irriconoscibile.


Questo quartetto costituirà anche il nucleo di base di uno dei gruppi jazzistici più apprezzati degli anni '80 i Lingomania.
Il disco contiene 7 composizioni di Giammarco dedicate ad alcuni momenti di vita quotidiana dell'artista: dalle vibrazioni causate dal  quotidiano Vivere a Roma, definita "Città tanto affascinante, quanto disarmante", alle sensazioni oniriche di Sogni, sogni, seguite da una vecchia composizione dedicata alla vita dei musicisti Animali Notturni, in questi due ultimi brani è presente come ospite Alfredo Minotti alle congas e percussioni. Nel video è possibile ascoltare "Vivere a Roma".




Il lato B si apre con il suggestivo Blu Tramonto, seguito da Moon Flirt e Night Pressure, altri tre brani che hanno come protagonista quella notte evocata dal titolo dell'album. L'album si conclude con Riviera: "una pura visione-evasione di tipo balneare" secondo l'autore, alla quale oltre al quartetto prendono parte Franco Piana al flicorno, Enzo Pietropaoli al basso elettrico e Marco Rinalduzzi alla chitarra.
Il disco, in quanto opera prima, pur essendo interessante per comprenderne l'evoluzione creativa, non può essere annoverato fra i migliori album dell'artista, ma merita comunque attenzione per capire gli sviluppi del jazz di quegli anni '80, da alcuni considerati anni di riflusso.
Per quel che mi risulta l'album non è mai stato pubblicato in CD.


Precisione della notte
Maurizio Giammarco quartet
(Riviera - RVR - 3 )
Recorded May 1982 
at Trafalgar rec. Studios Rome

Maurizio Giammarco: sax ten.
Danilo Rea: piano
Furio Di Castri: basso
Roberto Gatto:batteria
Alfredo Minotti: congas perc. (A2, A3)
Franco Piana: tromba (B4)
Enzo Pietropaoli: basso el. (B4)
Marco Rinalduzzi: chitarra (B4)



1. Vivere a Roma (7'20)
2. Sogni, sogni (8'08)
3. Animali notturni 6'45)




1. Blu Tramonto (6'45)
2. Moon Flirt (5'15)
3. Night Pressure (5'33)
4. Riviera (4'10)


venerdì 5 giugno 2015

Frank Sinatra e Billie Holiday: il centenario


Questo blog si accinge a concludere il suo 9° anno di vita, prima su Splinder e poi dal dicembre 2011 su questa piattaforma, riscuotendo un discreto apprezzamento con quasi 100 mila contatti negli ultimi tre anni e mezzo. Risultato apprezzabile se si pensa che per gravi problemi di salute in famiglia, da circa un anno l'attività è stata pressoché sospesa.
Per celebrare il mio prossimo 78° compleanno e l'ingresso nel 10° anno del blog proviamo a riavviare l'attività, con la speranza di poter continuare ed arrivare a raggiungere il traguardo dei 10 anni.


Ripartiamo tornando indietro di un secolo.

Il 1915, anno particolarmente infausto per le vicende belliche che insanguinarono l'Europa, fu al contrario un anno straordinariamente felice per il mondo della canzone statunitense. Quell'anno infatti nacquero due dei più grandi cantanti del XX secolo: Billie Holiday e Frank Sinatra. 
I due erano buoni amici e non nascondevano la reciproca ammirazione.


Sinatra esternava spesso la sua stima nei confronti di Lady Day, una volta dichiarò:
Billie Holiday, che ascoltai la prima volta verso la fine degli anni '30 nei clubs della 52nd Street, era e rimane la mia principale fonte d'influenza musicale.
Ed ancora, dopo la sua morte, ebbe a dire:
Lady Day rimane, indiscutibilmente, quella che ha lasciato il maggior influsso sulla musica popolare americana negli ultimi 20 anni. Con poche eccezioni, i principali cantanti della sua generazione sono stati influenzati dal suo genio.


Anche Billie ammirava Sinatra, ma i due non cantarono mai insieme. Tuttavia lei volle incidere I'm a Fool to Want You , celebre brano composto da Sinatra e dedicato ad Ava Gardner.


Di Lady Day l'anniversario si è già celebrato il 7 aprile scorso ed ha prodotto, oltre alle solite riedizioni dei principali album della cantante, una serie di "omaggi" da diversi cantanti, non sempre felici, se non velleitari.
Degno di attenzione invece è, a mio avviso, il doppio CD Hunger and Love - Billie Holiday 1915 2015 della casa discografica leccese Dodici Lune.


In esso 24 jazz vocalists italiane affrontano e interpretano con la propria personalità il repertorio di Billie, capeggiate da Tiziana Ghiglioni, che si cimenta con l'inedito Eclipse, un brano scritto da Charles Mingus per Billie Holiday, ma che non è mai stato registrato. Una serie di piacevoli esecuzioni, tutte più o meno gradevoli, fra le quali spicca uno struggente Lover Man eseguito da Paola Arnesano, accompagnata alla fisarmonica da Vince Abbracciante. Un album molto interessante, utile anche per conoscere il vasto panorama delle numerose bravissime jazz vocalists italiane.

Per Frank Sinatra, invece, l'anniversario cade il 12 dicembre prossimo.


Tuttavia il mercato discografico si è già scatenato con una serie di pubblicazioni rievocative.
Fra queste ha attirato la mia attenzione Ultimate Sinatra (Capitol 2015) una raccolta di 4 CD che spazia con 100 titoli su tutta la carriera del cantante dal 1939 al 1994, unendo, contrariamente alle raccolte già esistenti, materiali delle diverse case discografiche che nel tempo hanno avuto sotto contratto Sinatra.


I quattro CD costituiscono una specie di super-compilation che raccoglie tutti i maggiori successi di 55 anni di carriera. 101 titoli (compreso un inedito) scelti fra i più famosi, realizzati con celebri orchestre come Harry James, Tommy Dorsey, Billy May, Nelson Riddle, Quicy Jones ecc..
Come giustamente dice il titolo una raccolta "Definitiva" in grado di soddisfare sia i vecchi appassionati, che possono avere a disposizione il meglio, senza dover andare a pescare fra i vecchi LP o CD i brani preferiti, il tutto con una trentina di euro, sia quei giovani più curiosi, che non conoscono questo genio della musica e possono documentarsi facilmente.